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Quattordici spine
Acireale, Sicilia. Un efferato delitto sconvolge l’abulica routine quotidiana: Don Mario Spina, canonico della basilica di San Pietro, viene ritrovato senza vita all’interno della sacrestia, ucciso con decine di colpi d’arma da taglio. Inoltre, da un’antica credenza sono state trafugate le spoglie del maggiore artista locale, Paolo Vasta. L’ispettore di polizia Luigi Traversa, da poco arrivato dal Veneto, si ritrova a indagare su un delitto a tratti inspiegabile. Chi è stato a compiere quell’orrendo crimine? E quale misterioso passato nasconde il poliziotto, giunto all’improvviso in città? Quattordici giorni serviranno a Traversa per risolvere il caso, togliendo una spina alla volta da quel pericoloso fico d’India tutto siciliano che, una volta ripulito, mostrerà all’ispettore la terrificante verità.
Detti celebri delle mamme sicule
Se non ci fossero le madri sicule bisognerebbe inventarle. Sono loro a dirimere e governare le esistenze di figli, mariti, congiunti più prossimi. Nel farlo, oltre ad avvalersi di oculate strategie, non disdegnano il ricorso alle loro celeberrime frasi a effetto, delle quali si troverà ampia e doviziosa disamina nelle pagine di questo libro. Poco importa se tanta solerzia generi a volte disorientamento nei destinatari: come disse Machiavelli, il fine non giustifica i mezzi?
La Sicilia nel cuore
La Sicilia è donna. Donna come la leggenda che narra abbia preso il nome da una giovinetta figlia di un re del Libano al quale era stato predetto che, compiuti sedici anni, sarebbe stata divorata da un terribile mostro. Per salvarla, il padre la mise in una barca e la lasciò andare in balìa delle onde che la portarono in un’isola meravigliosa. La Sicilia è donna, come la testa della Gorgone che è il simbolo della sua bandiera e come le tante donne che ogni giorno in silenzio, con grande dignità, studiano, lavorano, accudiscono i propri figli e portano avanti la cultura dell’eguaglianza, del rispetto delle diversità e delle reciprocità.
Oltre gli sguardi
Il professor Cosentini insegna Pedagogia Speciale presso la Facoltà di Scienze della Formazione. Tarchiato, amante del sigaro e delle bretelle, ha sofferto in passato di una malattia che oggi lo vede costretto all’uso delle stampelle. A un anno dalla meritata pensione, decide di lanciare un’ultima sfida ai suoi laureandi, andando ancora una volta contro il preside Rossetti e i suoi metodi anteguerra: per ottenere la borsa di studio che sosterrà il più meritevole a intraprendere il dottorato, i suoi allievi dovranno svolgere una ricerca basata su un’esperienza personale che abbia come tema fondante la diversità. Il vero obiettivo del professore, in realtà, è quello di suscitare nei suoi giovani studenti una riflessione che li aiuti a superare le barriere del pregiudizio nei confronti dell’altro. Solo chi avrà dimostrato di aver compreso appieno l’ultimo insegnamento dello stravagante docente potrà ricevere il sussidio.
Osservazioni irriverenti
Il giovane prete Faustino Milagro cerca con zelo la sua strada. Arrivato come aiuto parroco nella chiesa di San Giusdano, si ritrova ad accompagnare in pellegrinaggio un variegato gruppo di fedeli. Scoprirà un'umanità sorprendente e rumorosa, e si accorgerà che nessuno è quel che sembra. Fra le tante persone che incontra spicca Marco, un ragazzino sopra le righe, mai pago di interrogare e di interrogarsi sui dilemmi dell'esistenza. Le vicende si dipanano nel tempo e sembrano chiudersi come in un cerchio nell'inaspettata conclusione finale.
Quattro nodi in un campo di papaveri
Attraverso i simboli e le storie antiche raccontate attorno al fuoco, attraverso le fiabe e i miti, l’autrice affronta il delicato argomento dell’abuso e della violenza. Le fiabe possiedono il grande potere di consegnarci un messaggio, ma anche quello terapeutico di trasformazione. È così che le esperienze reali vengono orchestrate dai personaggi fantasiosi della narrazione e consegnati al lettore: “Hansel e Gretel”, i bambini poveri di nutrimento d’amore e protezione, esposti al rischio dell'adescamento e dell'abuso, “La Fanciulla Senzamani” che ci racconta della difficoltà di alcune donne ad afferrare ciò che di buono la vita offre loro e a lasciare andare ciò che non lo è, “Barbablu” che ci insegna a scappare lontano da relazioni dannose e malate, la “Sirenetta” che, pur di amare, rischia di tramutare in schiuma del mare la propria identità, messa a tacere e sgretolata, troppo spesso, da stereotipi e disvalori appartenenti a un contesto sub-culturale, quello dai significati capovolti che vanno riordinati attraverso un assetto legislativo e una rivoluzione del pensiero e della responsabilità etica del linguaggio. Ma questo è anche un libro che parla d’amore, perché la relazione più importante della nostra vita è quella che abbiamo con noi stessi e l’amore autentico, quello che non ci chiederà mai di perdere la nostra identità, piuttosto ci aiuterà a ritrovarla, ci condurrà all’immagine migliore di noi, affinché ognuno possa scegliere il lieto fine della meravigliosa fiaba che è la propria vita.
Le notti senza respiro
«Nel testo di Scandurra, i versi sono passi essenziali e condizionanti per una metamorfosi dell’essere. La parola, così come è la parola poetica, è creazione scaturita da gioco e disciplina. Sono “Notti senza respiro”, perché lo scrittore soffoca nell’insonnia del dover dire; quasi che vari conati lo spingessero a liberarsi da se stesso, vomitandosi l’anima. Sentimenti, passioni, scaturiti dal tentativo di stare a galla e sentirsi affondare in un ritmo dettato dalla vita stessa. Struggimento per l’amata e amore per la sua terra; in un salto senza appiglio. Sotto, un materasso di parole attende che lui si distenda, ma gli impedisce di riposare. Quelle lettere, quelle parole, divengono spilli che pungono la carne e lo sospingono a non cedere al sonno, bensì, a giocare una partita a scacchi infinita». (Dalla Prefazione di Lisa Bachis)
Memoriter et iucunde. Quel che resta dell'amicizia
In questo libro s’intrecciano schemi diversi: il romanzo epistolare convive con il saggio. Le iniziali lettere di due amici confluiscono nella necessità di rileggere il Laelius ciceroniano per confermare quanto preziosa sia tuttora l’amicizia nella vita degli uomini. Da tutto ciò nasce un libro sorprendente nell’impostazione, unitario nei contenuti e denso; nel quale ogni parola si stringe in unità con tutte le altre. Un libro che ci fa constatare quanto poca sia la distanza tra l’antico e il moderno. Tra noi e i classici.
Una canzone più chiara
Una canción más clara (2008) rivela la geografia spirituale della poesia carvajaliana nel 40° anniversario dello splendido esordio con Tigres en el jardín (1968). Questo canto d’amore «sopraggiunto» con sorgiva intensità, ma composto in almeno quindici anni, illumina le ragioni di una poetica e motiva a distanza che il sapiente uso metrico diventi modalità naturale del dire che Antonio Carvajal (Premio Nacional de Poesía 2012) ha saputo acclimatare nella lingua odierna, ferita dalla dissonanza e refrattaria a modelli di armonia ‘classica’. La ricchezza di accenti, quintessenza di un patrimonio espressivo colto e popolare, riapre una breccia squisitamente lirica, cantabile e musicale, nella sensibilità contemporanea e con essa un orizzonte etico che attiene al difficile ma felice compito di scrivere da una dimensione vivificante del linguaggio e alla verità stessa della poesia nel breve spazio che disegna.
Poesie
I poeti ispanoamericani sono stati i creatori del modernismo che, sorto e sviluppatosi nell’America latina tra gli anni 1880-1920, ebbe poi una enorme ripercussione nella letteratura spagnola e, per certi aspetti, anche in quella europea. Tra i più illustri rappresentanti, con Rubén Darío, cigno della poesia e profeta indiscusso del movimento, e José Martí, quale capostipite e apostolo, il ‘divino’ Amado Nervo esprime l’anelito esistenziale più intenso ed etereo, ma anche il fine e brillante umorismo e l’eloquenza della professione di diplomatico e sensibile osservatore di un mondo culturale ricchissimo nella rapida evoluzione al passo con il secolo nuovo per definizione. La sua variegata opera, caratterizzata da un profondo senso umano e da una forte tensione morale, ha riscosso la piena ammirazione di tutto il mondo ispanico e, nel centenario della morte, risulta finalmente disponibile la sua poesia in traduzione italiana.
Pino Mercanti. Un regista siciliano tra realtà e utopia
Pino Mercanti (Palermo, 1911 - Roma, 1986) è stato un regista, soggettista e sceneggiatore, ricordato fino a ora soprattutto per aver diretto numerosi film commerciali e “di genere”. Ma il suo grande sogno era un altro: dare vita a Palermo a una sorta di “Hollywood siciliana”, per poter girare film di carattere realista, ispirati prevalentemente alle opere di Verga. A tale scopo, egli fornirà un contributo determinante alla costituzione della Società di produzione «O.F.S. - Organizzazione Filmistica Siciliana», con la quale, però, riuscirà a realizzare solo poche pellicole. Tutti i film girati, i documentari, i progetti non realizzati, le collaborazioni, i sogni e i rimpianti del regista vengono qui analizzati e ricostruiti attraverso una nutrita e assolutamente inedita documentazione. Il tutto applicando criteri rigorosamente scientifici a una storia accattivante, che poi – prima ancora che storia di un abile “artigiano” del cinema – è la storia di un sognatore tout court, di uno di quei “folli” che, attraverso la settima arte, ha provato a regalare alla sua terra quel riscatto sociale ed economico rivelatosi a oggi pura “utopia”.

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